GRANDBROTHERS
14 novembre 2017
23:00
Polesine Zibello (PR)
Teatro Pallavicino
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Erol Sarp e Lukas Vogel, aka Grandbrothers, sono un duo che combina sapientemente composizioni classiche, produzione moderna e sound design, esplorando musica minimal, ambient, idm e techno. Dopo essersi conosciuti all’università di Dusseldorf, i due hanno deciso di unirsi in una formazione musicale che giocasse sui loro diversi background musicali ed esperienze: Erol è un ottimo pianista jazz, Lukas è un costruttore di synth.  Dal vivo le contrapposizioni al centro del loro lavoro offrono uno spettacolo sorprendente, non c’è da stupirsi se la loro musica sia stata descritta memorabilmente come “open heart surgery on a grand piano.” Le loro prestazioni rivelano la complessità e il vigore del loro lavoro, portando in primo piano il loro amore per la techno e la musica da club. Come sottolinea Sarp, “non facciamo solo musica da ascoltare, dopotutto. Per quanto ci piace suonare in sale da concerto, amiamo anche suonare in club sudati, dove le persone stanno in piedi e ballano intorno a noi”.

Dopo aver pubblicato un primo Ep, “Ezra Was Right”, che è valso loro la stima e il supporto di personaggi del calibro di Gilles Peterson, la formazione ha debuttato a Marzo 2015 con il full lenght di dodici tracce “Dilation”.

Il duo è in costante ricerca di modi nuovi e freschi, sia esteticamente che praticamente, per comporre, e il loro ambizioso secondo álbum: “Open” (2017) ne e’ una riprova. L’elemento di maggiore sorpresa in “Open” è il sapere che ogni singolo suono parte da un solo strumento, il pianoforte.  Gli orizzonti di “Open” sono molto più ampi di quanto si possa immaginare, e questo si riflette nelle innumerevoli influenze che ne hanno influenzato la scrittura: da Aphex Twin a A Tribe Called Quest, da Ravel a Reich al lavoro di Ryuichi Sakamoto con Alva Noto, da John Coltrane a Oscar Peterson. Questa vastità d’influenze, infatti, è una delle ragioni del titolo dell’album, “Open”, ma ce ne sono anche altre. “Cominciamo sempre con un pianoforte aperto”, dice Sarp, “lo vediamo come una tela vuota su cui scrivere le nostre composizioni. Guardiamo quali nuovi suoni possiamo creare, e, durante la scrittura dell’album, ci sono spesso venute in mente immagini di ampiezza.