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Confessioni di vite imperfette sotto il cielo scozzese.

di Antonio Cammisa – 21 luglio 2026

Gli anni Novanta rappresentano una delle stagioni più fertili e rivoluzionarie della musica contemporanea. Dall’esplosione del grunge americano al successo planetario del brit-pop, una nuova galassia di artisti iniziò a mettere in discussione i confini stessi del rock. Nacquero nuove contaminazioni, vennero abbattute le barriere tra generi e si affermò una concezione della musica sempre meno legata alle classifiche e sempre più orientata alla sperimentazione.

Lo shoegaze, il post-rock, il slowcore, il trip hop e l’indie-folk divennero i linguaggi di una generazione che rimescolava le esperienze precedenti.

In questo panorama la Scozia assunse un ruolo sorprendentemente centrale. Lontana dai riflettori di Londra e Manchester, Glasgow divenne uno dei laboratori creativi più vivaci d’Europa. La città, reduce da decenni di crisi industriale, disoccupazione e profonde trasformazioni sociali, sviluppò una scena capace di trasformare il disagio collettivo in arte. 

Piccole etichette indipendenti, locali underground e una forte cultura della collaborazione permisero la nascita di una comunità artistica che privilegiava la ricerca rispetto al successo commerciale.

I principali interpreti di questa rivoluzione furono i Mogwai che universalizzarono il post-rock.

Parallelamente si sviluppò una scena diversa ma complementare, quella dello slowcore e dell’indie folk più intimista. 

Tra i protagonisti emersero gli Arab Strap, formati da Aidan Moffat e Malcolm Middleton. Sebbene difficilmente classificabili come una band post-rock in senso stretto, gli Arab Strap ne condividevano la tensione emotiva, il gusto per le atmosfere sospese e l’attitudine anticonvenzionale.

La loro musica rappresentò una vera anomalia nel panorama britannico. Lontani dall’energia del brit-pop e dall’estetica glamour dominante, raccontavano la quotidianità delle periferie scozzesi attraverso testi disillusi, ironici e profondamente umani. Le loro canzoni parlavano di relazioni finite, solitudine, alcol, desiderio e fragilità emotiva, con una sincerità quasi letteraria.

Il loro esordio risale al 1996, ma è con il secondo album Philophobia (1998) che si attestano tra i grandi gruppi europei.

Seguono altri cinque album, l’ultimo dei quali The Last Romance fa da canto del cigno. 

Il gruppo si scioglie nel 2005,  i due componenti si dedicano a progetti collaterali e indipendenti.

Tra i progetti più originali di Aidan Moffat spicca I Can Hear Your Heart, un’opera costruita utilizzando vecchi dischi in vinile acquistati nei mercatini dell’usato. Invece di eliminare graffi, fruscii e imperfezioni, Moffat li trasforma in parte integrante della composizione, recitando testi poetici sopra i suoni recuperati dai solchi. Il risultato è un lavoro che riflette sul valore della memoria, del tempo e degli oggetti dimenticati, dove il rumore del vinile diventa un elemento espressivo e narrativo. L’album rappresenta un esempio significativo di sperimentazione tra spoken-word, musica e paesaggi sonori.

Aidan Moffat si cimenta come solista e in collaborazioni tra le più svariate.

Nel 2021 dai loro canali social annunciano il ritorno.

Esce As Days Get Dark che riprende il loro stile tradizionale ma lo farcisce di elettronica e sonorità più spinte quasi a voler scacciare la nostalgia.

Nei testi di Moffat non esistono personaggi invincibili ma anime che inciampano, che sbagliano, che bevono troppo e che amano troppo poco o troppo tardi.

As Days Get Dark è il disco della maturità, probabilmente il migliore della loro intera discografia.

il successivo I’m Totally Fine With It Don’t Give a Fuck Anymore conferma questa maturità,

Mescolando ironia, disincanto e una lucidità quasi poetica.

La data del Barezzi (13 dicembre) sarà una delle prime occasioni per ascoltare i brani del nuovo album Half-Told Tales, in uscita a settembre.