Note che rimangono nell’aria ed emozioni che guardano avanti. 

La diciannovesima edizione del Barezzi Festival si è chiusa lasciando nell’aria quella particolare sensazione che appartiene solo agli eventi capaci di superare sé stessi, un misto di stupore e, allo stesso tempo, di attesa per ciò che verrà. 

Quella appena conclusa è stata un’edizione sospesa tra la maturità della diciottesima e la soglia simbolica del ventennale. 

Non solo un anno di passaggio, ma un anno di consapevolezza, in cui ciascun tassello, dalla programmazione alla scelta delle location, dagli ospiti alle attività collaterali, ha intersecato l’identità che negli anni il Barezzi ha costruito con cura, quella di un festival che non è solo cartellone musicale, ma una vera esperienza culturale, un racconto condiviso che include città, pubblico, luoghi, storia e contemporaneità.

Un’edizione in movimento e più ampia rispetto alle precedenti. Pur mantenendo il legame profondissimo con Fidenza, Parma e Busseto, questi ultimi due luoghi simbolo della storia di Giuseppe Verdi e della figura di Antonio Barezzi, il festival ha continuato il suo processo di apertura lungo la via Emilia e, per la prima volta, ha fatto tappa ufficiale a Milano. Questa scelta non ha solo ampliato geograficamente la mappa della rassegna, ma ha anche ribadito un principio che da anni caratterizza la sua filosofia, creare cioè un itinerario culturale capace di unire la tradizione musicale del territorio con le traiettorie contemporanee della musica internazionale.

Il percorso è stato inaugurato da Barezzi Way, l’etichetta che raccoglie gli appuntamenti preparatori e itineranti del festival. La partenza, al Teatro Valli di Reggio Emilia, è stata affidata ai Kokoroko, collettivo afro-londinese tra le più interessanti realtà della scena contemporanea. La loro esibizione ha trasformato il teatro in uno spazio rituale, avvolto da ritmi e melodie che attingono alle radici africane ma si muovono con eleganza nel presente. Il pubblico non si è limitato all’ascolto: ha partecipato attivamente, rispondendo all’energia crescente della band, lasciando che musica e corpo si incontrassero nonostante il contesto formale del teatro. Una vera festa collettiva, capace di aprire simbolicamente un’edizione costruita all’insegna della pluralità e della contaminazione.

Il viaggio di Barezzi Way è poi approdato a Milano, dove una doppia tappa ha portato al centro del discorso uno dei protagonisti più importanti della canzone d’autore italiana: Vinicio Capossela. Nel contesto suggestivo della Casa di Riposo per Musicisti, luogo creato proprio da Giuseppe Verdi, Capossela ha guidato il pubblico attraverso un incontro dedicato a Canzoni a Manovella, il suo album più iconico, che quest’anno ha celebrato i venticinque anni. La cornice non era casuale, collegava biografie, destini, forme di mecenatismo e visioni artistiche. L’artista, accompagnato da ospiti, musicisti, studiosi e figure legate alla patafisica, ha raccontato aneddoti, simboli, retroscena, restituendo al pubblico una lettura nuova del disco e mostrando come quell’opera sia ancora oggi un universo vivo e pulsante.

La celebrazione è culminata al Conservatorio Verdi con un concerto sold-out che ha riunito molti dei musicisti che venticinque anni prima contribuirono alla nascita dell’album. Tra archi, fiati, theremin e scenografie sonore dal sapore circense è andato in scena un live visionario e surreale rendendo l’atmosfera densa, quasi sospesa nel tempo.

Parallelamente, il festival ha intensificato il lavoro sui progetti collaterali, veri cuori pulsanti della rassegna. La Quadreria ha offerto un’ interpretazione della musica attraverso l’arte figurativa con l’esposizione di opere di artisti local e non.

Barezzi Lab, il contest dedicato ai nuovi talenti, è stato potenziato e trasformato in un percorso annuale su scala nazionale. Le semifinali, tra Milano e Parma, hanno messo in luce una varietà notevole di stili e approcci: dal cantautorato introspettivo alle atmosfere post-punk, dal jazz a sperimentazioni più elettroniche. La finale, ambientata nel Teatro Verdi di Busseto, ha mostrato quanto la nuova scena italiana sappia essere interessante. I quattro finalisti hanno dialogato con il tema “Novecento”, reinterpretando Verdi e Capossela attraverso il proprio linguaggio. La vittoria di Dada Sutra è stata un riconoscimento non solo alla qualità tecnica e artistica, ma a una forte personalità e all’originalità della sua sperimentazione. La sua esibizione serale ha fatto da opening-act all’ingresso dei Múm, la band islandese che ha portato in scena un concerto intimo, costruito su suoni sottili e su un uso sapiente del silenzio.

Non meno significativo è stato il ritorno del Barezzi Snug, un format che ha trasformato le osterie del centro di Parma in piccoli scrigni musicali, dove artisti emergenti e pubblico si sono ritrovati fianco a fianco in un clima informale e conviviale. La musica, mescolata ai sapori della tradizione gastronomica, ha creato una dimensione calda, umana, che ha ribadito uno dei valori più profondi del festival: la capacità di generare comunità.
A completare l’offerta culturale, la rassegna 
Fuori Rotta, curata dalla Libreria Diari di Bordo, ha proposto incontri dedicati al mecenatismo artistico e alla relazione tra potere, creatività e storia culturale, coinvolgendo studiosi, scrittori e testimoni di rilievo. Questi momenti hanno ampliato lo sguardo del festival, offrendo strumenti per interpretare il passato e per comprendere i processi che sostengono e trasformano la creazione artistica.

Il cuore della rassegna come ogni anno sono state le serate al Teatro Regio di Parma, uno dei luoghi simbolo del Barezzi. Qui il programma ha alternato atmosfere, stili e poetiche molto diverse senza perdere coerenza. I King Hannah hanno aperto un varco dentro un mondo di timidezze, tensioni sottili e chitarre cinematografiche. Il pubblico li ha seguiti in un viaggio nella delicatezza. 

Tom Smith, leader degli Editors, ha presentato il suo debutto solista scegliendo un approccio essenziale con voce, chitarra e pochissimi orpelli. Le hit della sua band, spogliate e rimodulate, sono diventate come sussurri, piccole ferite sonore che hanno mostrato la fragilità dietro il personaggio musicale.

Soap&Skin, invece, ha portato sul palco un universo emotivo più tormentato e viscerale. Alternando pianoforte, elettronica e gesti scenici intensi, ha trasformato la propria performance in un’esperienza catartica accentuata dalla solennità del teatro Regio.

Ma il concerto destinato a restare nella memoria collettiva è stato quello degli Spiritualized. Jason Pierce, con la sua presenza defilata e ipnotica, ha guidato un viaggio sonoro psichedelico che ha letteralmente trasformato il teatro in una capsula spaziale. Luci stroboscopiche, arrangiamenti dilatati e un controllo maniacale del suono hanno creato un’esperienza immersiva totale. È stato uno di quei rari momenti in cui il pubblico non assiste semplicemente a un concerto, ma entra dentro un mondo altro, sospeso e irripetibile.

L’ultima pagina del festival si è scritta al Teatro Magnani di Fidenza. Qui Micah P. Hinson ha portato la sua voce vissuta, le sue storie americane, il suo folk orchestrale. Accompagnato da musicisti di primo piano, ha offerto un live maturo e punto forse più alto della sua traiettoria artistica e personale. Un finale intimo e potente, perfetto per chiudere un festival che ha fatto dell’intensità e dell’ascolto le proprie parole d’ordine.

In definitiva, questa diciannovesima edizione del Barezzi Festival si è rivelata molto più di una successione di eventi. Un percorso narrativo, un intreccio di luoghi, memorie e scoperte che ha dimostrato la capacità di generare emozioni che non si esauriscono nel momento in cui l’ultima nota svanisce, ma continuano a vivere nelle persone che le hanno condivise. 

Dal 10 al 13 dicembre 2026 il Barezzi Festival celebrerà l’anniversario dei vent’anni con un’edizione speciale e più ricca che mai. Il conto alla rovescia è appena iniziato!