AUDITORIUM PAGANINI

PARMA – Via Toscana, 5/a.

Sorto su ciò che restava della struttura muraria dello Zuccherificio Eridania, il nuovo Auditorium cittadino, opera dell’arch. Renzo Piano, si mostra come mirabile opera di congiunzione tra passato e futuro, tra due epoche ormai davvero distanti.

Il ‘900 produttivistico e remoto, rappresentato dalla fabbrica, salvata, restituita alla città e ancora perfettamente riconoscibile grazie anche alla presenza della ciminiera, vero e proprio elemento simbolico; e il terzo millennio, era dell’informazione, dell’immaterialità, della cultura che si diffonde in tempo più che reale.
Lo spazio del lavoro e delle macchine si rigenera e si trasforma in spazio di cultura, di umanità ritrovata.
Ma questi passaggi, queste mutazioni non sono né automatiche né casuali. Sono esperimenti che riescono solo in condizioni straordinarie.
Il genio di Renzo Piano, maestro indiscusso dell’architettura a livello mondiale, ha fatto sì non solo che l’esperimento si compisse in maniera perfetta, ma che apparisse come il risultato di una trasformazione spontanea, assolutamente naturale.
La solidità materica dell’opera architettonica si dissolve lasciando che lo spazio risuoni e si renda perfettamente e naturalmente abitabile.
Le grandi vetrate di testa e di coda dell’edificio fanno si che lo spazio interno sia permeabile alla luce, al verde del parco, all’aria, alla musica.
Troppo spesso le città mutano e si trasformano lasciandosi dietro parti della propria storia, memorie che vanno perdute, percorsi e testimonianze irrecuperabili.
In questo caso, affermare che l’operazione è riuscita significa percepire distintamente che la città non ha rinunciato ad una parte di sé e che il nuovo che appare nasce proprio su quelle fondamenta, in questo caso sulla memoria della fabbrica, del lavoro degli uomini che la abitavano, delle macchine.
Forse, torniamo a dirlo, ciò che rende grandi gli architetti (e gli uomini, in generale) sono proprio tutti i tentativi riusciti di lasciare un segno discreto lungo i percorsi spesso arroganti della nostra civiltà.